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Il venditore di gelati in giacca bianca o color crema spingeva sui pedali del carretto a tre ruote, un triciclo riadattato, che trasportava il carico di coni e di sorbetti conservati tra il ghiaccio artificiale, e ad alta voce lanciava il richiamo:
“Vado via!....!. ed era un accorrere di bambini e di mamme con gli spiccioli in mano.
La produzione industriale e il frigorifero hanno fatto riporre in cantina il vecchio carrettino – esemplari ben arredati e funzionanti si possono ammirare ancora oggi in località turistiche tipiche del meridione – e il gelataio si è cercato un altro lavoro: in fabbrica, a tagliare tomaie, a produrre utensili in plastica o minuterie metalliche …. È il percorso che, negli anni del “miracolo” economico italiano e dell’affermarsi del modello di sviluppo marchigiano o medio adriatico, hanno compiuto, insieme a tanti mezzadri e piccoli coltivatori diretti, i fabbri, i falegnami, i sarti, i ciabattini i quali per secoli, dal Medioevo in avanti, hanno popolato e resi vivi i centri storici.
Leopardi li ha immortalati nei suoi versi.
La bottega era luogo di lavoro, di contrattazione, di incontro. 
L’organizzazione non era statica. Di frequente, soprattutto d’inverno, l’artigiano lasciava il paese e percorreva le campagne.
A casa dei contadini costruiva e aggiustava attrezzi da lavoro e calzature; si fermava fin quando tutto era in ordine per le stagioni successive. Poi, riprendeva il cammino, con la gerla in spalla piena di arnesi.
Tra fine Ottocento e primi Novecento, la piccola rivoluzione. L’invenzione della bicicletta (il velocipede, si diceva) ha favorito una innovazione che accelerava i tempi di lavoro. Gli arnesi venivano issati su tre ruote a pedali; una bottega ambulante.
In corrispondenza dei tempi, nuovi mestieri e nuovi “artisti” allietavano mercati e feste di paese. Erano il fotografo, il manovratore di grammofono, il pescivendolo che approntava la frittura da consumare all’osteria con gli amici, tra boccali di vino….

Tutto un mondo di persone e di saperi di cui si è persa anche la memoria, con la polvere che ha sommerso i carretti a pedale consunti dalla ruggine e dalle tarme, quando si sono conservati in qualche fondaco.
Riportarli alla luce, ben restaurati e quasi pronti per l’uso, non è lasciarsi andare alla nostalgia, ma recuperare una pagina del nostro passato, non lontano negli anni, travolto dagli eventi.
È al tempo stesso un importante operazione di storia e di demoantropologia, che aiuta a conoscere meglio la nostra Provincia e a comprendere alcune ragioni della sua crescita.
Presidente Provincia di Ascoli Piceno: Pietro Colonnella
Assessore Cultura, Beni Culturali e Turismo: Carlo Verducc
Per il Comune di Montelparo è motivo di grande soddisfazione ospitare questa mostra che rappresenta un fiore all’occhiello per il nostro territorio per la sua unicità a livello nazionale, data dal numero di pezzi esposti e dalla loro particolarità, raccontandoci di diversi antichi mestieri ambulanti: dal lattaio al panettiere, al gelataio, e tanti altri ancora.
Un tuffo nel nostro recente passato che invita a non dimenticare la nostra storia, ma a trasmetterla ai nostri ragazzi, che sapranno apprezzarla con grande entusiasmo ed interesse.
La mostra che viene presentata in questo catalogo ha il merito d’aver fatto rivivere una realtà non fittizia o artificiosa, ma parte integrante e veritiera della nostra cultura più autentica.
Merito di questo evento è, inoltre, la valorizzazione di un palazzo storico e di grande pregio quale il Convento Agostiniano di Montelparo e con esso, quindi, dei nostri beni artistici.
Un ringraziamento va alla Provincia di Ascoli Piceno ed all’Assessore Provinciale alla Cultura Prof. Carlo Verducci, che hanno creduto in questa iniziativa e l’hanno sostenuta.
Ringrazio, alla fine, il montelparese Lauro Lupi, che ha riunito in un’unica collezione, con costanza e passione, gli esemplari esposti che ora il pubblico può ammirare.
Sindaco di Montelparo: Gabriella Remia
La bicicletta è stato un importante mezzo di lavoro e di trasporto, oltre che di svago.
L’evoluzione dei tempi ha però fatto sì che l’uso della bicicletta sia oggi più propriamente legato al tempo libero o allo sport.
Nella prima metà del novecento questo mezzo serviva ad artigiani come maniscalchi, arrotini, gelatai, ecc. per spostarsi nel territorio e svolgere la propria attività direttamente “a domicilio” o nelle strade e piazze dei vari paesi e città.
Erano i mestieri “poveri”, figli di un mondo povero come quello della realtà delle campagne italiane, in cui gli oggetti quotidiani si usavano e si riparavano fino al limite di usura per cui era impossibile riutilizzarli, almeno per lo scopo per cui erano nati, cosicché spesso venivano riadattati ad altri usi, nascendo a nuova vita.
“Gli antichi mestieri attraverso campagne e paesi” vuole essere anzitutto un incontro: la sensibilità tesa ed un po’ dissipata dei nostri giorni con questo mondo solido e tranquillo; vuole inoltre essere una ricerca simbolica degli aspetti più vivi del lavoro di una volta, visto senza puntigliosità ma, piuttosto, come espressione d’ingegno e di cultura logica e completa.
Un modo di vivere sorto dalla necessità di trasformare il grano in pane, l’uva in vino, la lana in panno il latte in formaggio, il metallo ed il legno in attrezzi.
Mestieri cresciuti nel faticoso provare e riprovare, piegando ogni cosa ad una funzione recisa, migliorando con sapienza ed arte ogni particolare.
Grazie alla passione ed alla tenacia di un grande collezionista di oggi che provengono dal passato, Lauro Lupi, che con pazienza è riuscito a formare questa importante raccolta di biciclette dedicate al lavoro ambulante, possiamo oggi sentire quanto sia lontano da noi un modo di vivere e di lavorare di appena cento anni fa.
Questa mostra presenta una collezione veramente unica.
Trenta biciclette costruite e modificate per svolgere le più disparate attività lavorative ambulanti.
Dai classici arrotino e gelataio, vivi ancora nel ricordo di molti, al barbiere, allo smielatore, mestieri invece di cui è difficile trovare memoria storica.
Sono tutti mezzi che risalgono agli anni 1920 – 1960 e mostrano i segni del tempo e dell’uso della semplicità costruttiva e del sacrifici del lavoro.
Non interessa esporre questi pezzi accompagnati da freddi dati tecnici.
Si vuole presentare, invece, ogni bicicletta con supporto scritto che evochi nel visitatore immagini e sensazioni legate alla vita di tante persone nella prima metà del secolo appena trascorso.
Pietro Vitale


